I maschi non piangono (e altre porcherie del genere)

I maschi non piangono è uno dei tanti anatemi che lanciamo sui nostri figli ancora troppo piccoli per difendersi, troppo teneri per alzare barriere. Questa è una delle maledizioni senza perdono (sì, proprio come quelle di Voldemort, il cattivissmo di Harry Potter) che gli adulti lanciano addosso ai bambini rinchiudendoli in terribili gabbie di stereotipi.

E’ un assolato venerdì di inizio giugno. Sotto al caldo battente, con un manipolo di mamme, aspettiamo emozionate, che la campanella suoni per l’ultima volta, segnando la fine dell’anno scolastico. Ma c’è di più: questa campanella sancisce anche la fine della scuola elementare.

Un traguardo davvero enorme, a pensarci bene.

Escono tutti visibilmente emozionati, dopo un conto alla rovescia urlato a squarciagola. Gli amici si abbracciano tra di loro e si ripromettono di vedersi al più presto, chiacchiere veloci con le mamme, progettando qualche pomeriggio in compagnia e poi si va a casa.

Mamma, nessun maschio ha pianto

In auto, mia figlia mi racconta le grandi emozioni di tutta quella giornata così speciale. E, da acuta osservatrice qual è, mi soprende (o forse no?) con questa frase: dei maschi ha pianto solo D. tutti volevano piangere, ma tiravano indietro le lacrime, stringevano la bocca, si vedeva che si vergognavano.

Ci sono tanti maschi in classe di mia figlia (la netta maggioranza) e, tra tutti questi bambini, solo uno è riuscito a concedersi la libertà di entrare in contatto con la sua emozione in quel momento. Solo uno. Gli altri hanno obbedito all’anatema terribile che dice: I maschi non piangono.

Eppure l’emozione c’era, era normale e palpabile: lasciare le maestre, i compagni, una scuola bella e colorata a misura di bambino, la mamma che ti porta a scuola e ti aspetta oltre il cancello, le abitudini consolidate, il mondo conosciuto e frequentato per ben 5 anni: la metà della vita di questi ragazzini.

Da settembre cambia tutto. Una nuova scuola fuori dal paese, l’autobus all’andata e al ritorno, entrare a uscire da scuola da soli, le classi rimescolate, l’ambiente più “da adulti” a cui abituarsi in fretta, i professori e le professoresse. Una rivoluzione, insomma. Di fronte a un cambiamento così forte a un distacco così intenso, davanti alle parole emozionanti che le maestre hanno dedicato a questi bambini, ancora un abbraccio, ancora uno sguardo, ancora un minuto in questa classe, territorio così confortevole e conosciuto, mi chiedo chi non si lascerebbe andare all’emozione che aleggia potente nell’aria?

Eppure, ragazzini di 10, al massimo 11 anni, si mordevano le labbra, stringevano i pugni, cacciavano indietro le lacrime che volevano connettersi all’emozione del momento. Più di tutta questa intensità, prevaleva il fatto di non essere scoperti a piangere perché no, i maschi non piangono.

Gli stereotipi che rovinano la vita

Mi chiedo quali enormi solchi vengano scavati da parole del genere. E questo è solo uno dei tanti tasselli che stereotipano i nostri figli consegnandoli a un futuro in cui non cambia niente e siamo sempre a parlare di diritti, di violenza sulle donne, sempre uguale da troppi anni ormai.

Si è, per fortuna, risvegliata una bella attenzione sulle bambine (certo, si può fare molto meglio, però qualcosa si comincia a muovere), nessuno però parla dei bimbi, dei maschi, che continuano ad essere cresciuti nel brodo atavico del machismo e delle sue leggi terribili e crudeli.

Leggi che non insegno loro la gestione delle emozioni, che insegnano loro che le femmine sono inferiori (certo che sì! Se ti prendo in giro o ti umilio chiamandoti femminuccia, allora vuol dire che la femmina vale di meno, è inferiore), che insegnano a stare ben distanti dalla propria sensibilità, che queste son robe da donne.

I maschi non piangono: da dove comincia?

E tutto questo inizia già nei negozi di vestiti o di giocattoli. Con la differenziazione: femmine e maschi, le une tutto rosa, gli altri tutto blu. Io spessissimo ho comprato e continuo a comprare alle mie figlie vestiti nei reparti da maschio, con le gentili commesse che venivami a dirmi: è un regalo? qui ci sono cose da maschio! No, non è un regalo! E’ solo che le mie figlie non ne possono più di questo rosa e di questi glitter e vorrebbero vestirsi di tutti colori.

Non ne posso più di vedere i giochi suddivisi a seconda del genere. Bambole che vengono tolte di mano ai bambini per essere sostituite, solitamente, da una bella ruspa da maschio!

Diciamo che i figli sono la speranza per il nostro futuro. Diciamo che vorremmo vedere le nostre figlie libere di girare per le strade senza sentirsi in pericolo. E allora, educhiamoli alle emozioni questi maschi. E non venitemi a dire che voi insegnate a vostro figlio che le femmine vanno protette, perché anche questo fa parte del marcio del sistema.

Insegnamo ai maschi le emozioni, insegnamo che piangere va bene, insegnamo loro a stare nelle scarpe degli altri, a immedesimersi nei sentimenti delle altre persone (in questo le bambole sono meravigliose alleate!).

Insegnamo loro che va bene avere paura, che va bene essere fragili, sentirsi indifesi e aver bisogno di un abbraccio.

Apriremmo il loro orizzonte e la loro vita a mille sfumature in più, a una grande ricchezza. Lavoriamo sul nostro linguaggio, sui nostri pensieri, sugli stereotipi che lavorano su di noi e liberiamoli questi figli, apriamo le loro gabbie! E rendiamo questo mondo un mondo migliore, più empatico e più sicuro. Diamine!

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