La compagnia di volo che ci ha riportati in Italia è stata una grande Maestra di Resilienza. Siamo riuscite a partire con molto ritardo, avevamo la nostra auto a Bergamo e a causa di un fortissimo temporale siamo atterrate a mezzanotte a Malpensa. Ve la faccio breve, ho aperto la porta di casa alle cinque del mattino, col cielo che schiariva e il canto degli uccelli. Alle nove ero al lavoro.

E’ stato un bell’esercizio anche per le mie figlie. Poverine! Erano stremate, stanche, volevano solo dormire, anche sdraiate per terra e invece. C’erano file da fare, mezzi da cui scendere e altri su cui salire, per poi riscendere e poi risalire. E poi avevano fame. E poi volevano casa. E poi e poi e poi…

L’insegnamento attraverso la Bambola

E’ stata una sfida aiutarle a leggere tra le pieghe di quei fatti, cercando di trovare la forza là dove non c’era. Ognuna delle due, con la propria bambola in mano. Che cosa può, meglio di tutto ciò, insegnare la Resilienza?

 

Chiedi la forza alla tua bambola, dicevo io. Lei è forte, perché è stata cucita con un filo robusto. Chiedi a lei la pazienza. Lei la conosce bene: i suoi capelli sono stati attaccati uno ad uno, è stata ricamata punto dopo punto. Chiedi a lei la gioia: siamo vive! stiamo bene! abbiamo fatto un viaggio bellissimo! La tua bambola sorride anche col suo sguardo interiore! Perché la felicità sta nell’imbottitura! E’ quello che ci metti dentro alle cose!

Le bambole sono brave a spiegare, in modo semplice, parole che fanno tremare le ginocchia.

Non importa quante difficoltà, importa imparare la lezione, trasformarla in un prezioso insegnamento e andare avanti più ricchi e consapevoli.

I miei più grandi Maestri sono stati gli errori, le difficoltà, i momenti in cui non capivo, non ero a mio agio, non sapevo come fare. Quando mi sentivo sbagliata, smarrita, povera, diversa. Ho imparato a chiedermi: che cosa c’è di buono da imparare in tutto questo? Ecco la strada per la Resilienza. Diventare flessibile come un ramo e resistente come una radice.

Morbida e allo stesso tempo pesante, come una bambola di lana, capace di scaldarsi con un abbraccio.

Piantare i piedi nel qui e nell’ora guardando verso le soluzioni.

Sprofonda la punta dell’ago dentro, e ancora più dentro che sembra non trovi mai l’uscita, anche se fa male, anche se là e buio. E fidati! Se ci metti tutto quel che puoi, tutto l’amore, il nutrimento arriva! i pezzi vanno a posto!

Arriverà lo sguardo attraverso un ago appuntito. Arriverà la bellezza nella pazienza di legare i capelli, uno dopo l’altro, uno a uno, che sembra non debba mai finire. Ma finisce, a un certo punto finisce, come tutto.

E anche un viaggio complicato finisce, un ritorno rocambolesco e avventuroso finisce lungo la strada di casa, con il cielo rosa chiaro e il canto degli uccelli che colma il cuore e caccia via fatica e frustrazione. E resta la bellezza. Solo quella.

La bellezza di due bambine stropicciate, sulla strada di casa, con le loro bambole in braccio. Ce l’hanno fatta. Ce l’abbiamo fatta.

Cucire una bambola è come meditare. Una potente metafora racchiusa in gesti semplici.

Prova ad approfondire qui. Leggi l’articolo.

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